Emergenza Coronavirus

Confartigianato: “Fase 2, incomprensibile e inaccettabile”

“Dobbiamo imparare a convivere con il Covid-19. Non ci sarà una fine pandemia sino a quando non avremo un vaccino e quindi che senso ha prolungare questa chiusura?”.

Confartigianato: “Fase 2, incomprensibile e inaccettabile”
28 Aprile 2020 ore 11:07

Cesare Fumagalli, segretario generale di Confartigianato, è persona molto garbata, prudente, ma questa volta lascia trasparire una forte irritazione:

“È stato un annuncio devastante, incomprensibile e inaccettabile – esordisce – C’è una delusione diffusa”.

Le proposte di Confartigianato

“Con senso di responsabilità – continua Fumagalli – abbiamo elaborato e presentato proposte tempestive e dettagliate su come tornare a svolgere le attività di acconciatura e di estetica osservando scrupolosamente le indicazioni delle autorità sanitarie su distanziamento, dispositivi di protezione individuali, pulizia e sanificazione. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta. E ora non accettiamo che le attenzioni del Governo siano rivolte ad altri settori e si limitino a una incomprensibile dilazione delle nostre attività, con tutto il rispetto dei musei che non scappano, che non possono essere fruiti dagli stranieri e che non rischiano il fallimento. Si può stare fermi fino al 1^ di giugno, con costi continui e ricavi azzerati per i mesi di marzo, aprile e maggio? No, non ci stiamo. Finora siamo stati alle regole, ma la prospettiva di un altro mese e più di fermo obbligato non l’accettiamo. Anche perché alle imprese di acconciatura e di estetica causerà una perdita di 1,1 miliardi, pari al 18,1% del fatturato, cosa che mette a rischio il lavoro di 49.00 addetti del settore”.

Il lockdown riguarda molte altre attività artigianali. Qual è la sua visione?

“Dobbiamo imparare a convivere con il Covid-19. Non ci sarà una fine pandemia sino a quando non avremo un vaccino e quindi che senso ha prolungare questa chiusura?”.

Quando vorrebbe aprire?

“Ci sono alcune attività che potrebbero aprire oggi, con tutte le garanzie del caso, ovviamente”.

Virologi e infettivologi, però, sono molto prudenti…

“Lo dico con tutto rispetto: in questi giorni abbiamo sentito tutto e il contrario di tutto. Nell’incontro con il ministro Stefano Patuanelli abbiamo spiegato che ci sono 230 mila aziende del settore manifatturiero con meno di 50 dipendenti in cui lavorano 1 milione e 300 mila occupati e altre 153 mila senza dipendenti, cioè sono micro realtà dove operano il titolare con la moglie o il figlio, ma se possono stare a casa insieme perché non posso stare insieme pure in azienda? Laddove invece ci sono imprese con dipendenti la gran parte dei collaboratori abitano nello stesso comune o nei paesi confinanti dove ha sede l’azienda; persone che si recano al lavoro con i propri mezzi e non creano problemi al trasporto pubblico che deve essere riorganizzato. Inoltre vanno prese in considerazione le 313 mila imprese del settore costruzioni che non hanno dipendenti; di queste il 63% hanno come mercato di riferimento lo stesso comune in cui hanno sede e sono persone abituate a lavorare con alcune protezioni rispettando le distanze. Perché non permettere a queste attività e a queste persone di riprendere?”.

Il Governo però frena e si nasconde dietro gli esperti. Ha incontrato anche la task force di Vittorio Colao?

“Si, abbiamo ripetuto le stesse cose anche a loro”.

A proposito di esperti, commissioni e task force, non le sembra che il Governo faccia un ricorso eccessivo ai consulenti?

“Il virus finirà quando il numero degli esperti supererà quello dei contagiati. Battuta a parte, è
comprensibile avvalersi di persone competenti, ma metterle davanti è altra cosa. La responsabilità è di chi governa. Capisco che tenere il cerino acceso in mano in una situazione così complicata e poco nota non è facile, ma bisogna governare. Anche sbagliando”.

Meglio affidare le sorti del Paese a una persona del calibro di Colao o, come si sussurra da qualche settimana, Mario Draghi?

“Ci aspetta una fase molto difficile e delicata che richiederà decisioni forti. Forse non basterà
un super mediatore…”.

Sino ad oggi la politica non ha dato l’impressione di essere autorevole, coesa e forte. Spesso hanno prevalso divisioni e polemiche.

“Per affrontare un’emergenza sanitaria, economica e sociale così grave serve un Governo forte e unito, meglio se guidato da una persona autorevole e riconosciuta da tutti. In queste settimane ho ammirato l’esempio del Portogallo guidato da una maggioranza chiara e da un’opposizione altrettanto chiara che fornisce proposte. Qui invece si continua a evidenziare l’errore dell’avversario, troppo spesso dipinto come un nemico, quando invece si dovrebbe fare a gara per proporre la soluzione migliore per il Paese”.

Il Fondo monetario internazionale prevede per l’Italia un calo del Pil del 9,1%

“Il 2020 sarà un anno difficilissimo. Già avevamo la più bassa produttività d’Europa…”.

E lo Stato ha le casse vuote. Come giudica i provvedimenti adottati dal Governo?

“La strada intrapresa mi è parsa corretta. La sospensione dei tributi e dei contributi dal mese di marzo per tutti i settori e per tutti i territori è stata una scelta positiva. Così come il secondo decreto legge che ha introdotto gli ammortizzatori sociali. I lavoratori dell’artigianato che hanno usufruito della Cassa integrazione hanno ricevuto i primi pagamenti relativi al mese di marzo già il 9 aprile da FSBA, la nostra cassa di settore dell’artigianato. Abbiamo impiegato di più a fare l’accordo con ABI. Ad oggi non mi risulta sia ancora stato pagato nessun altro lavoratore di nessun altro comparto. Una performance di cui vado molto fiero”.

Lei è stato piuttosto critico nei confronti del decreto Liquidità. Perché? Conferma il suo giudizio anche a una settimana dall’entrata operativa del provvedimento?

“Noi di Confartigianato come associazione abbiamo fatto uno sforzo importante per far inserire prestiti fino a 25.000 euro con la garanzia del 100% da parte dello Stato per bypassare tutte le ordinarie procedure bancarie, ma così non sta avvenendo. C’è troppa burocrazia e i tempi sono lunghi. Se un piccolo imprenditore va in crisi di liquidità non paga e interrompe la catena dei pagamenti; tutto ciò innesca un effetto domino pericoloso. È importante mettere in tasca subito liquidità alle micro e piccole imprese, come aveva sollecitato Mario Draghi nel suo intervento, che ho molto apprezzato. Questo provvedimento andava programmato meglio. Più il tempo passa e più rischia di perdere la sua efficacia perché un artigiano prima di indebitarsi ci penserà bene e magari preferirà aspettare quando la ripartenza sarà più chiara”.

Serve altro?

“Servono interventi a fondo perduto. E, a parità di danno, non ci dovrà essere chi ha avuto di più e chi di meno”.

Però da soli non ce la faremo. Senza l’Europa la ripresa sarà difficilissima…

“Non ho alcun dubbio circa la differenza fra qualità e quantità di debito che faremo secondo che la garanzia sottostante sia di tutti i Paesi dell’Unione Europea oppure del solo Stato italiano. Per questo dico che a contare è la sostanza e non il nome dello strumento di debito. Siamo favorevoli a tutte le forme di titoli di debito pubblico che ci evitino il disastro in capo alle piccole imprese , e mi pare che finalmente l’Unione Europea vada in direzione di sostenere insieme le necessità derivanti da Covid-19”.

Come cambierà il mondo dell’artigianato? Resisteranno le micro e piccole imprese?

“Le realtà più fragili rischiano di pagare un prezzo alto. Ma sono un inguaribile ottimista. Il
mondo che ci avevano descritto non regge più: la Cina fabbrica del mondo, noi solo ambasciatori del design… Verrà ridimensionata l’esasperazione della globalizzazione che, tra le tante cose, ci ha portato a non produrre più mascherine per poi scoprire che queste produzioni servono ancora e non possiamo delegarle alla “fabbrica del mondo”. Torneremo inevitabilmente indietro, che non significa autarchia, ma dare valore ai prodotto sui mercati. Cambierà anche l’organizzazione della società”.

Come?

“Dal punto di vista urbanistico, ad esempio, ci avevano raccontato che il modello ideale era
quello delle megalopoli, mentre noi abbiamo sempre sostenuto il modello economico, urbanistico e sociale italiano, un modello che convive con i territori dove i produttori non hanno delocalizzato, un sistema che spesso abbiamo raccontato come il modello “casa e bottega” che anima le città, i paesi e i borghi e che li rende belli da vivere, attirando anche tanti stranieri. In queste componenti di sostenibilità economica, sociale e ambientale, ad alta incorporazione di tecnologia digitale, si ritrovano le nostre piccole imprese. Il modello delle fabbriche più grandi possibili, tutte automatizzate, senza personale, è naufragato. Il mondo non sarà più uguale a quello di ieri . Ci sarà spazio per i prodotti di qualità personalizzati, ben fatti, di gusto. Non sono forse così i prodotti che ognuno di noi cerca?”.

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