Erano da poco passate le 5 del mattino del 26 giugno 1991 quando il mio sguardo ha incrociato per la prima volta quello di Gianna Pelamatti. Oggi, quasi 35 anni dopo, mi fa così strano chiacchierare con lei mentre mescolo lo zucchero rimasto sul fondo della tazzina del caffè. In realtà tutto è iniziato qualche mese prima di questo nostro incontro, ero a Pisogne, in una stanza dell’Oratorio che ospita la sede del CAV, il Centro di Aiuto alla Vita. Parlavo con le volontarie dei primi quarant’anni dell’associazione quando ad un certo punto bussa alla porta proprio Gianna. Ci presentiamo, le sue ‘colleghe’ mi dicono che “lei ha fatto l’ostetrica per una vita” e la mia mente corre subito a quel mio primo album fotografico custodito ancora nel cassetto della sala. Nello spazio dedicato a ‘chi mi ha fatto nascere’, c’era scritto proprio Gianna. La stessa Gianna che avevo davanti a me. Quel giorno me ne vado felice, pensando che prima o poi avrei trovato l’occasione per chiederle di raccontare la sua storia. La festa della donna. Chi meglio di lei? Una donna che ha aiutato molte donne nei giorni più delicati, importanti ed indelebili della loro vita. Prendo il telefono, la chiamo, fissiamo un appuntamento e il giorno dopo siamo davanti al caffè, nella sua casa di Pisogne.
Riavvolgiamo il nastro e partiamo dall’inizio: “Ho fatto la scuola di infermiera professionale perché allora era obbligatorio, poi mi sono specializzata in Ostetricia. In quel periodo avevano appena aperto l’ospedale di Breno e mio padre voleva mandarmi proprio lì, ma io non avevo intenzione di tornare al mio paese quindi ho deciso di iscrivermi ad un altro corso, ho fatto la specializzazione in strumentista di sala operatoria, proprio per dare una motivazione al fatto che volessi stare a Brescia. Sono stata fortunata perché nel frattempo mi hanno assunto e quindi già da infermiera professionale prendevo il mio stipendio e intanto facevo la specializzazione di ostetrica e una volta diplomata, sono stata inserita nel reparto di ostetricia del Civile. Ho continuato con la specializzazione di strumentista e ho conosciuto quello che poi sarebbe diventato mio marito, che subito mi ha chiesto perché non mi fossi trasferita all’ospedale di Lovere, ma vuoi la verità? Io non sapevo nemmeno esistesse l’ospedale di Lovere! Era il 20 marzo del 1978, lo ricordo come se fosse ieri, era il giorno dopo San Giuseppe, era venuto a chiedermi tutti i documenti, che gli ho consegnato qualche giorno più tardi e il 1° aprile l’Ospedale di Lovere mi ha chiamato perché un’ostetrica era ormai vicina alla pensione. Solo che quando sono arrivata, i conti per andare in pensione non tornavano e quindi ha dovuto fermarsi ancora. Essendo infermiera professionale, il direttore sanitario mi ha quindi appoggiato ad un reparto, quello di ortopedia, ma dopo una settimana mi ha richiamato perché si era accorto della specializzazione di strumentista e quindi sono finita in sala operatoria… dovevo restare per 6 mesi e sono diventati 28”.
Quando poi l’ostetrica è andata in pensione… “Mi sono trovata con il mio nome su due tabelloni, quello della sala operatoria e quello del reparto di ostetricia, ma è qui che finalmente è nata la mia professione. Quando poi iniziavano a parlare di chiusura del reparto di maternità, attorno al 1994, e la mia seconda bambina era ancora piccola, ho scoperto che il distretto sanitario era completamente scoperto dal punto di vista dell’ostetricia, e siccome ero stanca di fare la notte ho provato a lavorare con il consultorio”.
Come è andata? “Non è stato semplice, non era sicuramente come l’ospedale, ho avuto un paio di crisi all’inizio, anche perché era diviso su tre sedi, Lovere, Sovere e Costa Volpino. Quando hanno riunito tutto a Lovere mi sono trovata anche a gestire tante donne straniere, che non sapevano a chi rivolgersi, ma diventava difficile anche solo capirsi, perché non conoscevano l’italiano, così ho chiesto all’Asl di Bergamo di mandarmi una mediatrice culturale ed è stato più semplice. Non era però ciò che mi piaceva fare, volevo tornare in ospedale, ma è stato chiuso il reparto di maternità e alla fine mi sono trovata a fare un bel lavoro con l’Ats di Bergamo, dove avevamo tante cose da gestire, dai corsi di ginnastica per le donne a quelli di educazione nelle scuole, insomma ero abbastanza impegnata e mi piaceva, così mi sono fermata in consultorio fino alla pensione, nel 2013”.
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