Per quanto riguarda la sanità, la Lombardia è un modello a livello europeo. Questo dicono, e forse pensano, i politici di centrodestra che da decenni governano la regione lombarda. Ma non tutti sono d’accordo e così martedì 15 settembre 400 medici di famiglia hanno manifestato davanti al Pirellone: «Il motivo principale che ci ha portato ad organizzare questa giornata di protesta è l’accordo del 23 giugno scorso con il quale, a noi medici di base, è stata imposta una presenza di sei ore a settimana nelle Case di comunità.» Spiega la dottoressa Tullia Mastropietro, referente provinciale bergamasca di Libera Associazione Medicina Generale, l’associazione asindacale che ha voluto questa manifestazione, a cui poi si è aggiunto il sindacato Smi, sindacato medici di base, che proprio per quel giorno ha indetto uno sciopero, a cui hanno partecipato circa 500 dottori in tutta la regione. «Premetto che la nostra collaborazione con le case di comunità è massima, perché è una struttura molto utile per il territorio e comunque in pieno sviluppo. Però il doverle dedicare sei ore a settimana è praticamente impossibile per la nostra categoria, che è una categoria già al limite delle forze, per quanto riguarda l’assistenza territoriale. Quindi di fatto, poi, si andrebbero a indebolire le attenzioni verso le persone e le famiglie che conosciamo bene e di cui conosciamo la storia, che è il vero obiettivo del nostro lavoro.» Perciò la richiesta di questi medici di famiglia è «che questo obbligo sia reso volontaristico, come è stato fatto nella regione Veneto. Quindi dove un medico riesce a trovare del tempo, può andare nelle case di comunità a esprimere delle competenze. Anche perché l’accordo è molto vago e ci obbliga a offrire del tempo per attività non meglio precisate. Quindi c’è un pure po’ di disorientamento professionale.»
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400 medici di famiglia in sciopero: “Non vogliamo le sei ore settimanali nelle case di Comunità”