Tutto ha avuto inizio con un video pubblicato su Youtube: “Mi chiamo don Alberto Ravagnani, sono un prete ma ho scelto di lasciare il ministero”. Il ‘prete influencer’ ha annunciato la sua scelta di vita che ha fatto parlare e discutere il web e non solo. E quindi se in queste settimane si parla tanto di chi ha lasciato il sacerdozio, e di quali sono le scelte celate nella decisione, abbiamo bussato alla porta di chi rimane e prosegue il suo cammino con entusiasmo e convinzione. A rispondere alle nostre domande e curiosità è stato don Cristian Favalli, parroco di Piamborno e Cogno dal 2017.
La prima curiosità che passa per la mia testa è quale sia il primo pensiero di un sacerdote quando gli vien detto che un collega ha deciso di lasciare il sacerdozio.
“Sicuramente la prima reazione è il dispiacere perché viene meno un confratello, che di questi tempi è prezioso visto che siamo sempre di meno. Per quanto mi riguarda, poi, sono preso da compassione, soffro insieme a lui, perché so che quando si arriva ad una decisione di questo tipo è perché la sua vocazione potrebbe non essere stata chiara dall’inizio quindi potrebbe non essere stato sufficientemente sincero, aperto, potrebbe non essersi fatto aiutare a sondare i suoi aspetti interiori, dall’altro lato la motivazione potrebbe anche essere data dalla stanchezza effettiva e concreta per il tempo presente, dove le cose sono sempre più complicate e soprattutto una persona è diversa dall’altra. In don Alberto infatti vedo contemporaneamente un’interessante intuizione, un grande coraggio, un nuovo e fresco modo di concepire la chiesa e il nostro cammino con i giovani. Ci può essere chi è più fragile anche caratterialmente e magari fa fatica ad accettare alcune sfide, anche con i confratelli, perché anche tra di noi possono esserci delle incomprensioni, così come con i superiori, che possono essere a volte assenti, non attenti o non riescono a captare le difficoltà perché non conoscono le persone e non le aiutano o non le ascoltano. Riassumendo, potrebbe esserci un problema alla radice, quindi vocazionale oppure contingente, cioè legato alla fatica di questo periodo“.
A proposito di fatiche, quali sono quelle a cui è chiamato un sacerdote? “Innanzi tutto bisogna dire che le fatiche sono legate al mondo che cambia e alla cultura che interroga la nostra missione. Come preti diocesani, come nel caso di don Ravagnani, la vocazione è quella di stare in mezzo al gregge e sicuramente il risultato della pastorale che si otteneva 80 anni fa non è lo stesso che si ottiene oggi, ma che non è paragonabile nemmeno a cinque o dieci anni fa. La nostra fatica personale di uomini all’interno di un altro gruppo di persone, è una sfida, proprio perché prima di essere preti siamo uomini. Che sia un gruppo di adolescenti, una famiglia in difficoltà, una persona o qualsiasi realtà sia in crisi, chiama in causa il sacerdote e tu, in quanto tale, devi dare una risposta di fede, una risposta morale, devi essere un appoggio, quindi devi essere forte, ma il problema è che le valanghe di problemi e di realtà contorte che attraversano questi ultimi anni, travolgono anche noi. Te l’ho detto poco fa, prima di essere preti siamo uomini, quindi dobbiamo avere un grande equilibrio umano e questo non è facile da mantenere, e poi, ovviamente, dobbiamo tener fede al nostro obiettivo finale. La prima fatica, secondo me, è la paura di non farcela perché le cose cambiano troppo velocemente, quindi non ce la fai più, ma non perché non hai più voglia, ma perché hai finito le forze. In questo caso gioca molto a svantaggio quello che i nostri superiori a volte non considerano e ci affidano parrocchie su parrocchie senza considerare che la realtà è molto complessa, quindi sarebbe bene che prima di sistemare la geografia della Diocesi si lavorasse sulle persone. Siamo sacerdoti e non delle macchine, siamo uomini che fanno fatica e ad un certo punto poi scoppiano. Ci sono sacerdoti che possono avere più parrocchie e non hanno problemi, anche magari trascurando quello che è il rapporto con le persone, ma credo sia un modo di vivere il sacerdozio molto tecnico e freddo e che prima o poi va a spegnersi e poi ci sono sacerdoti che non vogliono far mancare niente alle loro parrocchie, perché vogliono che siano trattate allo stesso modo, e umanamente e fisicamente questo può essere stressante. La seconda fatica è la mancanza di relazionalità tra le persone di chiesa, con il cambiamento dell’epoca, tanti sacerdoti hanno dovuto inventarsi una pastorale personale. Se le persone si allontanano dalla Parrocchia tu sei chiamato ad inventare qualcosa per farle tornare, una cosa funziona e un’altra no, e in un periodo di sbandamento in cui non si sa più cosa sia giusto o sbagliato, in alcuni sacerdoti hanno creato invidie e gelosie. Purtroppo conosco alcuni miei confratelli che hanno lasciato dopo 20 anni di sacerdozio proprio per questo, non perché si sono innamorati di qualcuno, infatti non si sono sposati, sono da soli ancora oggi e sono tornati a casa e vivono come possono…”
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l'intervista
Don Cristian: “La prima fatica è la paura di non farcela perchè tutto cambia troppo velocemente”