DARFO BOARIO TERME

Giuseppe, fisioterapista emigrante: "Come in 'Quo vado' ho chiesto al destino di mandarmi via"

Giuseppe, fisioterapista emigrante: "Come in 'Quo vado' ho chiesto al destino di mandarmi via"
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“Chiesi al destino di mandarmi via ancora e il destino mi rispose quasi come nel film ‘Quo Vado’ (quello di Checco Zalone, ndr): ‘Sa dove la mando?’, ‘No, non me lo dire. Amo le sorprese’”.
Inizia così la storia di Giuseppe Tagliente, classe 1991, originario di Andria, di professione fisioterapista.
Solo che questa non è la trama di un film. Dalla Puglia alla Valle Camonica, un giorno d’agosto di nove anni fa. Riavvolgiamo il nastro, torniamo proprio al Sud, dove Giuseppe è nato e cresciuto. “Mi sono laureato in Fisioterapia nel 2013, ma ero insofferente già da un paio di anni e quindi dentro di me pensavo già a quale sarebbe stato il mio futuro”.
Quindi la decisione di costruirlo lontano, a migliaia di chilometri: “L’economia della mia città, che si trova nell’entroterra della Puglia, è basata sull’agroalimentare, sull’agricoltura e sull’edilizia, settore in cui lavora mio papà”.
E a Giuseppe nella testa balenava tutt’altro: “In quel periodo della mia vita ero uno sportivo e volevo fare un lavoro che restasse proprio in quell’ambito. I miei genitori mi hanno sempre imposto di studiare e a scuola ero bravo, quindi ho deciso di fare Fisioterapia e d’estate, quando serviva, davo una mano nell’azienda di mio papà”.
Cosa ti ha portato via dalla tua terra? “Il crollo economico nel campo edile del 2008 al Sud si è sentito qualche anno dopo, tra il 2010 e il 2011. Vedevo quanta fatica si stava facendo e pensavo che in futuro sarebbe andata anche peggio. Stavo ancora studiando, ma mi sono detto che una volta laureato, avrei fatto la valigia e sarei partito.
Fino a un paio di anni prima nel mondo della riabilitazione, le opportunità erano tantissime ma con l’arrivo della crisi economica si erano parecchio ridotte. Mi andava bene fare la gavetta, ma sempre con dignità lavorativa e contrattuale e in Puglia non vedevo alcuna via d’uscita. E poi, per dirla tutta, non riuscivo più a convivere con quella mentalità dura che c’era nella mia città”.

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