L’INTERVISTA

Andrea Grasselli, il documentario sul sacro triduo di Malonno, i progetti di racconto delle tradizioni popolari e il legame con la valle Camonica

Il corto dedicato al solenne Triduo dei morti ha partecipato al festival Sacrae Scenae di Ardesio.

Andrea Grasselli, il documentario sul sacro triduo di Malonno, i progetti di racconto delle tradizioni popolari e il legame con la valle Camonica
Media Valle, 17 Settembre 2020 ore 09:01

Le sue radici affondano nel cuore della Val Camonica. E anche se vive a Brescia, ha studiato a Bologna e lavora un po’ ovunque, il legame con la valle l’ha sempre mantenuto. Andrea Grasselli ha fatto della sua passione per la produzione cinematografica un lavoro e insieme al collega Giorgio Affanni da una decina d’anni girano valli e paesi a documentare tradizioni e rituali. Occhi (e videocamere) puntate sulla cultura locale per raccontarla e testimoniarla in prodotti che parlano direttamente all’anima di chi li guarda. Documenti che diventano condensati di emozioni e fanno vibrare il cuore.

Abbiamo spesso un taglio documentaristico di osservazione, soprattutto antropologico – inizia a raccontare Andrea –, abbiamo realizzato documentari su rituali e tradizioni locali e popolari, cristiane ma anche pagane: ci è sempre piaciuto raccontare le comunità e i loro atti”. Andrea e Giorgio arrivano da percorsi di formazione diversi ma hanno incrociato le loro strade per lavorare insieme nel collettivo OmVideo. “Io ho studiato cinema a Bologna, Giorgio archeologia (di cui è stato anche docente). Ad entrambi è sempre interessato l’aspetto antropologico: ci piace raccontare le persone, gli stili di vita, le esperienze di vita, con l’obiettivo che siano significative per dare dei riferimenti”.

Un lavoro che condividono da ormai dieci anni. “Inizialmente producevamo documentari separatamente, poi ci siamo trovati e generalmente uno dei due si occupa di regia e l’altro della parte produttiva. Il progetto principale che abbiamo portato avanti è stato ‘Il vortice fuori’, un documentario dedicato a un contadino di Cerveno”.

Tra i progetti radicati in Val Camonica c’è il corto dedicato al solenne Triduo dei morti di Malonno, che dopo aver già partecipato a numerosi concorsi cinematografici, in questi giorni è in concorso anche a Sacrae Scenae, il primo festival dedicato alla devozione popolare che si svolge ad Ardesio dal 28 al 30 agosto.

Si tratta di un documentario di 14 minuti, nato in collaborazione con il distretto culturale della Val Camonica: sono stato incaricato da loro di raccontare a contatto con le persone quello che realizzano nella chiesa di Malonno. Nella Chiesa di san Faustino, la più grande della val Camonica, ogni anno viene montata, all’altezza dell’altare, la macchina del triduo, una struttura gigantesca composta da elementi lignei e candele, costruita nel 1771. Il racconto è legato a questa pratica che nasce dal culto religioso ma oggi ha soprattutto un valore sociale, anche di identità collettiva per la comunità locale. Raccontiamo quindi il sacro e il profano, un intreccio profondo che racconta l’umano: ci si trova all’interno di un luogo di culto sacro, ma si costruisce un’imponente struttura, come se fosse una sorta di cantiere”.

Il documentario è stato realizzato nel 2017, all’interno di Maraea, progetto partecipato per la costruzione di un archivio storico di memoria della Valle Camonica.

Quando mi è stato affidato l’incarico, per me è stato fondamentale realizzare non solo un oggetto audiovisivo da mostrare alla comunità locale e per averne memoria storica, ma anche pensarlo per farlo conoscere all’esterno. Per raggiungere questo obiettivo usiamo il nostro canale privilegiato: i festival cinematografici. È stato un ottimo esempio delle nostre produzioni, portato avanti dialogando con l’ente e la comunità ma anche apportando un valore autoriale nostro: si tratta di mettere la nostra visione senza trascendere dal senso originario del lavoro”.

Un lavoro che ha richiesto diversi passaggi per accostarsi alla realtà da raccontare. “Come accade spesso per i lavori commissionati dal distretto mi hanno fornito dei contatti locali e da lì è nato quello che per noi è indispensabile e molto utile per l’antropologia sul campo: non solo ricerche e sopralluoghi dei posti, ma soprattutto il rapporto con le persone. Abbiamo fatto interviste filmate ma soprattutto incontrato le persone coinvolte per capire quale fosse l’essenza del rituale o almeno il senso che le persone danno a questa pratica oggi”. Non si tratta, infatti, solo di ricostruire il passato. “A noi intessa molta attualizzare le pratiche: raccontare con un documentario contemporaneo significa dire cosa rappresenta ora per la comunità e cosa vuol dire per i singoli individui: era importante quindi avere innanzitutto questo quadro”.

Poi l’indagine prosegue. “Essendo un rituale molto preciso, con uno schema definito che si ripete ogni anno, era importante capire come lo facessero, come avviene concretamente. E come facciamo spesso, cerchiamo di non influire sullo svolgimento del rituale ma di appostarci per riprendere in posizioni già studiate precedentemente e condivise con le persone”.

Nel documentario non appaiono però le molte interviste realizzate in paese. “Per il 99% non le usiamo, preferiamo un racconto emotivo più che verbale – spiega ancora Andrea -. Abbiamo realizzato numerose interviste come materiale di ricerca, che restano come documentazione storica, ma tutta la parte verbale nel documentario è asciugata. Questo comporta che devi raccontare in video e sonoro tutte le parti che compongono la costruzione, ci siamo concentrati soprattutto sul lavoro”. La scelta è stata infatti di puntare l’obiettivo sulla cultura materiale che sta dietro questo rituale. “E infatti in un festival fatto a Brescia sul lavoro è stato selezionato questo documentario, pensato originariamente per la cultura immateriale, ma per noi è indispensabile immergersi nella realtà e far immergere lo spettatore. L’aspetto più didascalico di racconto verbale ci interessa meno, lascia meno spazio a una personale visione dello spettatore”.

Prima di Sacrae Scenae, il documentario ha già viaggiato per numerosi festival e si è aggiudicato il titolo di miglior film al SegniCorti di Brescia e una menzione speciale al Sorsicorti di Palermo.

Sempre nello stesso anno, il 2017, Andrea ha prodotto un altro corto dedicato invece al rituale di sant’Anna e san Vito che si svolge nel paese di Incudine. “Siamo sempre stati incaricati dal distretto e abbiamo lavorato con un metodo simile. La grossa differenza rispetto a Malonno è che a Incudine si sa poco: anche le persone del posto e gli storici locali conoscono poco di questo rituale, si brancola di più nel buio. Sembra che il rituale cristiano nasca dalle ceneri di un rituale pagano: il ritrovo su questo colle dai paesi limitrofi, la presenza dei falò e altri elementi sono vicini alla cultura pagana, ma non è confermato”.

Un rituale che ha luogo ad alta quota. “A metà luglio, in una chiesetta a 2.000 metri di altitudine, si svolge un’asta economica tra due squadre: chi raccoglie più soldi ha l’onore e l’onere di portare in spalla la statua di sant’Anna, gli altri quella di san Vito. È un rituale molto interessante, ha un lato misterioso e collegato con rituali di altri luoghi, come il Sud Italia e i Balcani, in particolare per il portare le statue, che è meno presente nel Nord Italia”.

E i lavori in Val Camonica non si fermano qui. “Mia madre è originaria di Sellero, io ho vissuto parte della mia vita in Val Camonica e ne sono rimasto legato: la maggior parte dei miei lavori sono stati realizzati in val Camonica, tanti in collaborazione con il distretto culturale e anche con la cooperativa il Cardo di Edolo. In particolare nel 2016 ci hanno incaricato di mettere in forma di documentario i testi della rivista Zeus, un bimestrale realizzato dalle persone che frequentano i servizi alla disabilità della cooperativa, e ci è venuta l’idea di fare una web-serie in 3 puntate che mette in scena i testi scritti dagli utenti della cooperativa”.

Non solo documentari, quindi. “Ci piace spaziare tra generi e stili, in base al materiale su cui si lavora. Questa web-serie ha degli aspetti di assurdo e grottesco ma pensando a quello che c’è dietro è una chiave per vedere la vita in modo diverso. Per dare valore ai pensieri e alle percezioni degli utenti del centro abbiamo creato un ponte fra codici comunicativi differenti e combinando varie tecniche filmiche si crea un prodotto curioso in cui lo spettatore è portato a riflettere in modo libero e non ordinato. Insieme al Cardo abbiamo realizzato anche altri piccoli documentari”.

Il suo legame con Ardesio, invece, non è legato solo al festival Sacrae Scenae. “Con la Pro loco e il Comune ci siamo conosciuti 5 anni fa e siamo sempre rimasti in contatto. In alta Val Seriana avevamo prima effettuato dei sopraluoghi per un documentario sui minatori bergamaschi, una comunità molto viva, ma il progetto non è andato a buon fine. Abbiamo realizzato invece un piccolo documentario di 15 minuti a Ponte Nossa sul Mas, seguendo questo rituale molto interessante. E ad Ardesio invece abbiamo conosciuto il rituale del Zenerù e la figura di Flaminio, una personalità spiccata della comunità. Nel 2015 non c’erano le condizioni, ma l’anno scorso abbiamo ripreso in mano il progetto e a gennaio abbiamo girato tutte le riprese, ora siamo in una fase avanzata del montaggio. Si tratterà di un documentario fiaba, della durata di 25 minuti, che unisce un aspetto più osservativo-contemplativo e uno più costruito per raccontare i due poli del rituale del Zenerù e della figura del pastore Flaminio, fondamentali per raccontare il tempo ciclico del mondo agropastorale e il continuo scambio tra selvatico e domestico”.

E Andrea non si ferma più. Un uragano di vita che sforna progetti, video ed emozioni.

 

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