La storia

Milena, la passione per la scultura e quei ‘frammenti di luna’ che illuminano Ono San Pietro

Il mondo dell'artista camuna ruota attorno alla scultura: "Tutto è iniziato tre anni fa quando ho conosciuto Alessandro, abbiamo pensato di unire le mie competenze e le sue nel mondo della musica".

Milena, la passione per la scultura e quei ‘frammenti di luna’ che illuminano Ono San Pietro
Bassa Valle, 10 Ottobre 2020 ore 10:56

Milena si è presa una pausa, è un lunedì pomeriggio di fine settembre, sorride davanti alla sua ultima opera che diventerà l’installazione numero sette del progetto ‘La memoria delle pietre’ a Ono San Pietro. Milena Berta è originaria di Vezza d’Oglio, ha 32 anni e una passione infinita per l’arte e per la scultura, che si legge nei suoi occhi e si sente nelle sue parole.

Dove c’è Milena c’è anche Alessandro (Pedretti, l’abbiamo intervistato qualche mese fa quando è uscito il suo disco nel periodo post Covid, ndr), la metà della sua mela, il suo sostegno. Ma di questo ne parliamo un po’ più in là.

Partiamo da Ono San Pietro e da ‘Frammenti di luna’, l’ultima opera, che poi così ultima non è visto che Milena ha già tra le mani gli attrezzi del mestiere, ma anche idee e nuovi progetti che stanno prendendo forma.

“Le opere nascono da lunghe riflessioni rispetto al materiale e al luogo di provenienza dello stesso… Nel caso dell’opera di Ono San Pietro è il calcare occhiadino, pietra che proviene dalla Concarena e che contiene al suo interno trame arabescate, visibili solo una volta lucidate. L’opera “Frammenti di luna” fa parte di un micro progetto all’interno de “la memoria delle pietre” che raggruppa le installazioni aventi in comune lo stesso materiale: il calcare, che può essere di due tipologie, il nero venato e l’occhiadino. Per quanto riguarda l’audio, Alessandro nella prima fase si reca nelle cave abbandonate con l’ausilio di microfoni e strumenti di lavoro e raccoglie i campioni sonori dell’ambiente, riverberi e ovviamente anche i suoni delle pietre. La raccolta dei suoni prevede anche la registrazione delle fasi di lavorazione dei blocchi. La seconda fase è la composizione musicale, dove dopo un attento studio tecnico del materiale registrato, viene realizzata utilizzando anche degli strumenti musicali più convenzionali (pianoforte, strumenti a corde, fisarmonica, voci) Alessandro collabora spesso con altri musicisti professionisti, scelti per la loro propensione alla ricerca e alla sperimentazione musicale… insomma è un cammino che facciamo insieme e che ci sta portando parecchie soddisfazioni”.

Il suo mondo ora ruota proprio attorno al suo ‘studio’, all’aria aperta che “guarda la Concarena. Vuoi mettere ciò che vedo io e invece i miei colleghi che lavorano in un capannone? Certo, quando inizia a far freddo o piove non è il massimo, ma non lo cambierei per nulla al mondo”, perché in fondo quello è come fosse il suo nido, culla delle sue ispirazioni.

Parte di ciò che diventa ‘la memoria delle pietre’ nasce proprio da qui…

“Tutto è iniziato tre anni fa quando ho conosciuto Alessandro, abbiamo pensato di unire le mie competenze nel mondo della scultura e le sue in quello della musica… si sarebbero sposate perfettamente. Ci stuzzicava l’idea di creare delle installazioni che unissero forma e suono. Entrambi conoscevamo la storia delle cave in Valle Camonica, e la genesi di questo progetto, a ripensarci, si può datare nel 2015, quando ho organizzato il simposio del marmo bianco a Vezza d’Oglio. Ricollegandoci a “la memoria delle pietre”, nel 2017 abbiamo pensato e scritto un progetto di valorizzazione artistica delle pietre camune e abbiamo provato a rivolgerci al Distretto culturale della Comunità Montana di Valle Camonica. Ci hanno accolto con trasporto e si sono accorti che sul territorio mancava proprio il tassello della lavorazione della pietra. Dopo un anno di progettazione e studio, siamo partiti con il progetto, che ci ha visto affiancati anche un geologo, di un antropologo e uno storico che hanno ricostruito la storia delle cave camune anche attraverso le testimonianze di coloro che vi avevano lavorato. Le cave dei Comuni coinvolti (Vezza d’Oglio, Vione, Cevo, Braone, Ono San Pietro, Cerveno, Lozio, Bienno, Darfo, Capo di Ponte e Angolo Terme, ndr) riacquistano forma e voce grazie al paziente lavoro di scalpello e registratore: ad ogni sito di estrazione toccato dal progetto coincide un’installazione artistica, connubio di scultura nella pietra del posto e di musica composta da suoni ad essa connessi. Ad ogni opera corrisponde anche una cartolina descrittiva, ricordo poetico-visivo legato al territorio”.

C’è un’opera in particolare che è rimasta nel suo cuore…

“Quella che mi rappresenta di più e con cui ho il legame maggiore è sicuramente la prima che abbiamo realizzato, ovvero quella in marmo bianco di Vezza d’Oglio, intitolata “I giorni del Borom”.

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